Uno sguardo sul mondo,
dall’ottica particolare
di chi ha molto vissuto.

Cinque domande a padre Alberto Carrara,
promotore del Vatican Longevity Summit

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Padre Alberto Carrara, L. C.

Come appartenenti alla vasta categoria sociale dei Terzotempisti condividiamo appieno la riflessione da voi esposta: la longevità non può essere interpretata semplicemente come un aumento degli anni di vita. La domanda decisiva non è ‘quanto vivremo?’, ma ‘come vivremo?’ e soprattutto ‘insieme a chi vivremo?’

1. Quali soluzioni e stili di vita suggerisce per fare del Terzo tempo della vita una stagione che non si basi solo sull’attesa che finisca?

Credo che dobbiamo anzitutto cambiare paradigma. Per molto tempo abbiamo rappresentato la vita attraverso una sorta di parabola: si cresce, si raggiunge il vertice nell’età adulta e poi comincia inevitabilmente la discesa. Questa immagine rischia di trasformare la vecchiaia in una lunga stagione della perdita: meno salute, meno autonomia, meno ruolo sociale, meno futuro. Ma la rivoluzione della longevità ci obbliga a ripensare questo schema. Se oggi possiamo vivere venti o trent’anni dopo il pensionamento, non possiamo considerarli semplicemente una sala d’attesa. Una delle idee maturate nel Vatican Longevity Summit è proprio quella di longevità integrale. Non basta aggiungere anni alla vita: dobbiamo aggiungere vita agli anni e, direi ancora di più, aggiungere umanità agli anni. Per questo abbiamo individuato diverse dimensioni che devono crescere insieme: fisica, cognitiva, emotiva, relazionale, sociale e spirituale. Naturalmente esistono stili di vita ormai ampiamente sostenuti dalla ricerca scientifica: attività fisica regolare, alimentazione equilibrata, sonno adeguato, prevenzione, controllo dei fattori di rischio cardiovascolare e metabolico. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Il cervello ha bisogno di continuare a imparare; la persona ha bisogno di relazioni; il cuore umano ha bisogno di sentirsi utile, di amare ed essere amato; l’esistenza ha bisogno di significato. Per questo suggerirei soprattutto quattro verbi: muoversi, imparare, incontrare, donarsi. Continuare a muovere il corpo; continuare a esercitare la mente e la curiosità; coltivare amicizie e rapporti intergenerazionali; continuare a mettere la propria esperienza al servizio degli altri. Un anziano che insegna qualcosa a un nipote, fa volontariato, legge, cammina, coltiva un interesse, partecipa alla vita della comunità non sta semplicemente “occupando il tempo”: continua a generare futuro. C’è poi una dimensione spirituale che considero decisiva. Una vita lunga pone domande che nessun parametro biologico può risolvere: che cosa faccio del tempo ricevuto? Come integro ciò che ho vissuto? Che cosa posso ancora donare? Per un credente la vecchiaia può diventare anche un tempo privilegiato di riconciliazione, gratitudine, contemplazione e preparazione all’incontro con Dio. Il Terzo tempo, allora, non è il tempo di ciò che resta dopo che la vita importante è terminata. È ancora vita, pienamente vita. Cambiano certamente le possibilità, ma può crescere la capacità di comprendere ciò che conta davvero. Una società longeva avrà bisogno proprio di questa sapienza.

2. Ci potrebbe illustrare la Carta Etica e il Decalogo per una longevità sana globale accessibile a tutti, elaborati nell’ambito del Vatican Longevity Summit?

La Carta Etica nasce da una domanda molto semplice: se la scienza ci permetterà di vivere più a lungo e, speriamo, meglio, chi potrà beneficiare di questa possibilità? Soltanto chi possiede le risorse economiche necessarie oppure ogni essere umano? Da qui il motto che abbiamo scelto: “One Health, One Dignity, Global Human Longevity for All”. Una salute, una dignità, una longevità umana globale per tutti. La longevità non deve diventare un nuovo privilegio biologico. Il principio unificante della Carta è quello che definiamo Integral Longevity, longevità integrale. L’essere umano non è semplicemente un organismo al quale dobbiamo prolungare il funzionamento. È un’unità complessa nella quale dimensione biologica, cerebrale, psicologica, relazionale, sociale e spirituale sono profondamente connesse. Vivere più a lungo ha senso se significa poter continuare ad amare, conoscere, scegliere, partecipare, servire e costruire relazioni significative. Da questa impostazione derivano alcuni grandi principi: dignità della persona, salute integrale, giustizia ed equità, solidarietà intergenerazionale, brain health, autonomia, responsabilità nell’innovazione tecnologica e sostenibilità. Il Decalogo cerca di tradurre questi principi in impegni concreti. Un punto particolarmente importante riguarda la prevenzione. Il futuro della medicina non può consistere soltanto nel curare malattie quando sono già presenti. Dobbiamo investire molto prima nell’educazione, negli stili di vita, nella salute cerebrale, negli ambienti di vita e nella riduzione delle disuguaglianze. In questo senso la longevità comincia molto prima della vecchiaia: si costruisce durante l’intero arco della vita. C’è poi il grande tema dell’innovazione. Intelligenza artificiale, medicina rigenerativa, genomica e geroscienza stanno aprendo possibilità straordinarie. Noi non vogliamo assumere un atteggiamento di paura nei confronti della tecnologia. Al contrario, occorre promuovere la ricerca. Ma dobbiamo chiederci continuamente: innovazione per chi? A quale prezzo? Con quali conseguenze sociali? E con quale idea di essere umano? La Carta vuole quindi evitare due estremi: da una parte il rifiuto ideologico dell’innovazione; dall’altra una sorta di biohacking elitario, nel quale la longevità diventa il progetto individuale di pochi privilegiati. La nostra prospettiva è differente: fare della longevità una grande opportunità di umanizzazione e giustizia globale. Il progresso sarà autentico non quando alcuni potranno acquistare qualche anno in più, ma quando tutti potranno aspirare a una vita più lunga, più sana, più dignitosa e più ricca di significato.

3. Ci potrebbe spiegare perché l’invecchiamento sano è un bene comune e non soltanto una questione individuale?

Perché nessuno invecchia da solo. Questa, forse, è la risposta più semplice. Noi siamo abituati a pensare alla salute come a un bene individuale: la mia alimentazione, il mio esercizio fisico, la mia prevenzione, le mie cure. Ma l’invecchiamento rivela in maniera particolarmente evidente quanto questa concezione sia insufficiente. Una persona che invecchia in salute mantiene più a lungo autonomia, relazioni, capacità cognitive e partecipazione sociale. Può continuare a contribuire alla famiglia, alla comunità, al volontariato, alla cultura e persino al mondo professionale. Al contrario, quando gli anni aggiunti alla vita coincidono con lunghi periodi di malattia e dipendenza, le conseguenze coinvolgono inevitabilmente le famiglie, i caregiver, i sistemi sanitari, il welfare e le generazioni più giovani. Per questo al Vatican Longevity Summit abbiamo insistito sulla distinzione tra lifespan e healthspan. Il successo non consiste semplicemente nell’aumentare la durata della vita, ma nel ridurre il divario tra gli anni vissuti e gli anni vissuti in buona salute. Ma il concetto di bene comune va ancora oltre. Significa comprendere che le condizioni per invecchiare bene non dipendono esclusivamente dalle scelte individuali. Dipendono anche dall’educazione ricevuta, dalla qualità dell’ambiente, dall’accesso alla prevenzione e alle cure, dalle condizioni economiche, dalle città nelle quali viviamo, dalla presenza di reti familiari e sociali. Dire a una persona “devi invecchiare bene” senza offrirle le condizioni per poterlo fare rischia di trasformare la medicina preventiva in una nuova forma di colpevolizzazione. Per questo la longevità possiede anche una dimensione politica e sociale. C’è infine un aspetto che considero fondamentale: la solidarietà intergenerazionale. Dobbiamo evitare la rappresentazione secondo cui giovani e anziani sarebbero concorrenti nella distribuzione delle risorse. Una società nella quale gli anziani vivono meglio è anche una società migliore per i giovani. I nonni, per esempio, rappresentano in moltissime famiglie una straordinaria infrastruttura affettiva, educativa e persino economica. Custodiscono memoria, trasmettono esperienze, sostengono figli e nipoti. Non sono semplicemente destinatari di welfare: sono spesso generatori di welfare relazionale. La longevità diventa quindi un bene comune quando realizza un patto tra generazioni. Il vero obiettivo non è costruire una società per gli anziani, ma una società per tutte le età della vita, nella quale bambini, giovani, adulti e anziani possano riconoscere di avere bisogno gli uni degli altri.

4. Perché a suo parere la longevità rischia di trasformarsi in una nuova forma di idolatria della prestazione e del controllo?

È uno dei paradossi più interessanti della nostra epoca. Da una parte dobbiamo rallegrarci dei progressi della geroscienza, della medicina rigenerativa, della genomica e delle tecnologie digitali. Stiamo comprendendo sempre meglio alcuni meccanismi biologici dell’invecchiamento e possiamo prevenire o ritardare molte patologie associate all’età. Tutto questo rappresenta un bene. Il problema nasce quando da un obiettivo ragionevole, invecchiare meglio, passiamo quasi impercettibilmente a un altro obiettivo: non dover più invecchiare. Qui la longevità può trasformarsi in ideologia. Il corpo diventa un progetto da ottimizzare continuamente; ogni parametro biologico deve essere misurato; ogni diminuzione della prestazione viene interpretata come un fallimento; la vecchiaia stessa finisce per apparire come una malattia da eliminare. È ciò che potremmo definire il passaggio dalla medicina della cura alla cultura dell’ottimizzazione permanente. Esiste certamente una componente positiva nel prendersi cura di sé. Ma una filosofia autenticamente umana della longevità deve ricordare che la vulnerabilità non è un errore del sistema. È parte della nostra condizione. Siamo esseri corporei, temporali, dipendenti gli uni dagli altri. Nasciamo vulnerabili e attraversiamo continuamente condizioni di dipendenza. Per questo distinguerei chiaramente tra longevità e immortalismo. La prima cerca di migliorare la qualità della vita e ridurre la sofferenza evitabile; il secondo rischia di trasformare la morte nel fallimento definitivo della tecnologia. Qui la bioetica deve porre una domanda scomoda ma necessaria: vivere più a lungo per che cosa? Se vivessimo centoventi anni ma in una società più sola, più diseguale, più competitiva e ossessionata dalla performance, avremmo davvero raggiunto il progresso? Il limite, allora, non è semplicemente un ostacolo da eliminare. Il limite ci ricorda che il valore della vita non dipende dalla sua durata né dalla sua efficienza. Una persona fragile, malata, dipendente o prossima alla morte conserva integralmente la propria dignità. Per questo il Vatican Longevity Summit propone di spostare la domanda dal semplice “quanto possiamo prolungare la vita?” a una domanda molto più umana: “quale vita lunga vogliamo costruire?”.

5. Qual è il percorso indicato per superare questa visione restrittiva?

Dobbiamo anzitutto liberarci dall’equazione tra valore e prestazione. È forse uno dei compiti culturali più urgenti delle società tecnologicamente avanzate. La dignità della persona non cresce quando siamo giovani, autonomi, produttivi e performanti e non diminuisce quando diventiamo anziani, fragili o dipendenti. Questa è una convinzione fondamentale dell’antropologia cristiana, ma possiede anche un'enorme rilevanza civile. Magnifica humanitas di Papa Leone XIV ci invita proprio a interrogare il significato umano del progresso tecnologico. Possiamo possedere strumenti sempre più potenti senza diventare necessariamente più umani. Il criterio del progresso, quindi, non può essere soltanto ciò che siamo tecnicamente capaci di fare, ma ciò che quelle capacità fanno diventare noi e le nostre società. Credo che il primo passo sia allora recuperare una cultura della dignità. Il secondo è costruire una cultura della relazione. Il terzo è promuovere una cultura della reciprocità tra generazioni. L’anziano non deve essere guardato esclusivamente attraverso la categoria del bisogno. Certamente può avere bisogno di cure e assistenza, ma continua a essere soggetto di relazioni, conoscenze, memoria e responsabilità. Può ancora dare moltissimo. Dobbiamo quindi passare dal paradigma del peso a quello del dono, senza cadere nell’errore opposto di pretendere che l’anziano debba dimostrare la propria utilità per meritare rispetto. Anche quando non può più “fare” nulla, la sua dignità rimane intatta. Questo punto è decisivo: altrimenti finiremmo per sostituire alla cultura della performance una performance della vecchiaia, chiedendo anche agli ottantenni di essere sempre attivi, efficienti e produttivi. La longevità integrale propone invece una diversa misura dell’esistenza. Una persona può continuare a crescere anche quando alcune capacità diminuiscono. Può crescere nella relazione, nella gratitudine, nella riconciliazione, nella sapienza, nella capacità di accompagnare, nella vita spirituale. Per questo considero la longevità una delle grandi questioni antropologiche del XXI secolo. Non stiamo semplicemente aggiungendo anni alla nostra biografia: stiamo creando una nuova stagione dell’esistenza umana. Dobbiamo darle un significato. E qui giovani e anziani devono incontrarsi. Gli anziani hanno bisogno dei giovani per non essere separati dal futuro; i giovani hanno bisogno degli anziani per non essere separati dalla memoria. Forse è proprio questa la grande sfida: trasformare la società della longevità in una società dell’alleanza tra le generazioni. Non una società nella quale ciascuno cerca individualmente di vivere il più a lungo possibile, ma una comunità nella quale vale la pena vivere più a lungo perché continuiamo ad avere qualcuno da amare, qualcosa da donare e una speranza da trasmettere.

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