
Per noi che abbiamo superato la soglia, il corpo e i suoi correlati sgradevoli occupano una buona metà delle nostre conversazioni, con gli altri e con noi stessi.
Prevalentemente sono forme di comunicazione “fàtica”, quella condivisione di monologhi fatti per mantenere il contatto, rompere il silenzio, con uno scambio in cui nessuno realmente è in ascolto.
Evocare i malanni aiuta a tenerli vicini, ma trasforma le ferite in medaglie, le cicatrici in valorosi rattoppi, in una gara in cui vince chi sta soffrendo di più.
«Ciao, come sto?» raccoglie questi borborigmi consolatori, con uno sguardo ironico ma accogliente. Perché se il corpo per sua natura si decompone, il tempo che accompagna il suo disfacimento deve trovare sistemi di autodifesa.

Il mio vicino, oggi, barcolla. “Tutto bene?” gli grido dalla finestra. Non mi sente.

Che sia una continua fonte di grane, lo sapevo già dai tempi in cui mi erano spuntati i brufoli.