Uno sguardo sul mondo,
dall’ottica particolare
di chi ha molto vissuto.

Vicini Bugiardini

Daniele Cini

Il mio vicino, oggi, barcolla. Lo vedo uscire dal suo portone, coprirsi la calotta con uno zucchetto, esitare sull’uscio e poi rientrare, probabilmente perché si è accorto di aver lasciato dentro qualcosa.
“Tutto bene?” gli grido dalla finestra. Non mi sente.

Poi, dopo qualche secondo, eccolo uscire di nuovo, ma questa volta con in mano qualcosa.
Lo osservo mentre estrae da una bustina di plastica un flaconcino, che ispeziona alzando gli occhiali da miope e lasciandoli appoggiati sulla fronte.
Lo vedo sbuffare. Qualcosa non sta andando per il verso giusto.
Si accascia su un muretto e dalla scatolina del flaconcino estrae un pezzetto di carta piegato, che srotola stendendolo, fino a farlo diventare dieci volte più grande.  

Eccolo, ci siamo. È arrivato il momento chiave della giornata: si legge il bugiardino.
Benché i supporti digitali e informatici lo abbiano oggi quasi del tutto soppiantato, aggiungendo informazioni ancor più ansiogene per l’immediato futuro, il bugiardino di carta resta uno dei documenti più apprezzati dagli appassionati del ramo, una sorta di papiro del terrore.
Sembra studiato per minacciare, a colpi di statistica, tutti gli effetti collaterali, rari e impossibili del cosiddetto principio attivo. Rendendo un oggetto previsto per sanare, il suo insano contrario.

La lettura porta via tempo. Lo scruto mentre, ipnotizzato, si gratta perplesso la pelata o tasta con apprensione una certa parte del corpo. Presumo che sia quella interessata da una delle tante fantasie messe in moto dai temibili effetti collaterali annunciati nel papiello.
Per sollevarlo dal suo stato di fascinazione patofoba, mi affaccio sull’uscio di casa e gli propongo entrare a prendersi una tazza di caffè.
Dato che lui sa di avere un debole per ogni presunta minaccia sanitaria, un po’ se ne vergogna.
Ripiega furtivamente il papiro, lo ficca nella scatoletta e accetta la mia proposta.
Dimentico però di liberare il tavolo dai miei ultimi acquisti di farmaci, perché anch’io, per contiguità fisica e anagrafica, ho un certo debole per la farmaceutica.

Appena affacciato all’interno, con un’invidiabile precisione gestaltica, individua subito qualcosa di nuovo sul mio tavolo.
Lo vedo sgranare gli occhi, tradendo una mescolanza di allarme e cupidigia.
Li per lì immagino che stia guardando l’avanzo della torta con i profiterolles della cena di ieri.
Mi accorgo invece che sta lumando, un po’ interdetto per non averlo mai scoperto prima, la scatola di un medicinale.

Comincia a maneggiarlo con le dita, ne apre la linguetta per frugare all’interno e osservarne il blister ancora intatto.
“E questo?” mi domanda? Gli spiego il problema recente. Mi guarda con una certa invidia.
“Posso provarlo?” mi chiede, in modo tale che non possa dirgli di no.
“Ma anche tu soffri di psoriasi?” insinuo diffidente
“È probabile che prima o poi mi accada.
E credo, tra l’altro, che certe crosticine, qui sui piedi, possano rivelarsi qualcosa del genere”

Se le nostre conversazioni avessero una logica, gli chiederei se ne ha parlato con un dermatologo, da quanto tempo queste “crosticine” siano apparse e altre informazioni di servizio.
Però io so che al mio vicino un farmaco nuovo è come fosse il regalo di una nuova ipotetica malattia, una nuova dimostrazione del fallimento globale del suo corpo e dell’inesorabile destino di doversene occupare, “a prescindere”.
Anche se non avrà mai la psoriasi, chissà, potrebbe un giorno capitare.

La biblioteca di Alessandria delle patologie riempie il suo mondo ideale, delimitato dal confine del suo corpo. Un corpo che lo ha spesso tradito, ma che rimane il suo principale e onnivoro orizzonte.
Lo sfotto: “macché psoriasi, è un preparato per le emorroidi!”
Aggrotta le sopracciglia, diffida. “non è possibile, li conosco tutti”.
“E invece questo è uno nuovo. Ti può servire?”

Io so che il mio vicino ha una patologia grave. Mi accorgo di una mia vena di cinismo, mentre dileggio le sue fragilità.
Mi colpisce però che tenda a negare e persino trascurare quella grossa, accampando il diritto di avere tutte le altre. Come se dicesse: “Se sono davvero malato, le avrò tutte per me.”

E mentre gli levo di mano la mia nuova medicina, mi accorgo che l’ipocondria è un po’ un salvagente per chi sta annegando nel proprio corpo. Ma che tuttavia, non è sufficiente per restare a galla.
Mi chiede di fermarsi a provare la pressione. Lo lascio in pace a baloccarsi con le sue nuove paure, ognuno ha diritto a illudersi. Quando torno lui si sta allontanando alla chetichella, come se avesse fretta di accomiatarsi.
“Tutto a posto con la pressione?”
“Più o meno. Anche se quel tuo apparecchio, mi pare non funzioni.”
Mi domando perché continua a chiedermelo, se poi non si fida.

Ci salutiamo, mentre lui già si è allontanato.
Torno al farmaco sul tavolo, c’è qualcosa che non mi torna.
Lo apro. Manca il bugiardino.