Uno sguardo sul mondo,
dall’ottica particolare
di chi ha molto vissuto.

Corpo Dio

Daniele Cini

Che sia una continua fonte di grane, lo sapevo già dai tempi in cui mi erano spuntati i brufoli.
Possibile, mi domando, che abbiano congegnato un meccanismo che sincronizza i primi ardenti desideri di sesso, con l’eruzione cutanea di una costellazione di piccoli crateri purulenti dal mento in su, come per comunicare a quelle ragazze che sognavo di baciare, di restarsene alla larga?

Così era andata. E poi ha continuato negli anni a propinarmi fastidi, soffocamenti asmatici, fratture articolari, sommovimenti gastrici, schifose ulcerazioni e puzzolenti infezioni veneree, congiuntiviti e mal di testa, laringiti, raffreddori mocciosi e crampi da cagarella.
Il corpo, questa propaggine difettosa del cervello, si è sempre dimostrato un impiccio invadente con un’ostinata mania di protagonismo.

Ma se è esistita una bellezza nei primi due tempi della vita, è stata la disinvoltura con cui me ne sono costantemente scordato, facendo trionfare l’anima e l’intelletto, le passioni e le ostinazioni, in un mondo tutto volontà e rappresentazione. Sigarette, alcool, qualche droga e molto entusiasmante stress. Che poi, se non hai proprio esagerato, più o meno tutto passa.

Ora però, varcato il terzo stadio, davanti a una pila di impegnative, mentre estraggo dalla scatolina il farmaco n.6 della giornata e mi preparo al prossimo ecocolordoppler, frastornato dalla musichetta del centralino del CUP per bloccare una data futura delle prossime avventure sanitarie, mi rendo conto che ormai, come il neoliberalismo,
ha vinto lui.
Questo maledetto corpaccione ormai flaccido e pieno di inspiegabili macchie, ha deciso di occupare i miei pensieri dal risveglio al sopore e lavora incessantemente per la discesa.

Vi spiego dunque perché mi sono arreso, e ho deciso che da oggi in poi, mi definisco un malato di default.
Partendo dall’assunto che
La distanza dal giorno della mia inevitabile dipartita si è statisticamente assottigliata,
L’endemica fragilità di un ultrasettantenne è votata alla convivenza con almeno un grappolo di doloretti
La probabilità che almeno uno, di quei doloretti, sia il sintomo di qualcosa di grave o piuttosto di cronico è vieppiù consolidata dai dati della scienza
Ho dedotto che la principale attività che mi attende sarà (lo è già) quella di indovinare e prevenire (nel senso di arrivarci prima del medico) il quadro patologico che mi ha preparato il destino.

La sveglia di oggi è accompagnata da una forte emicrania, una minzione difficoltosa, uno spasmo gastroduodenale e una fitta all’articolazione dell’anca.
Tutte cose minimizzabili e poco considerate dal medico di base, che spegne la suoneria appena vede comparire il mio numero.
Il mal di testa passa col caffè, la pipì basta aspettare e prima o poi ti svuota. Il mal di stomaco va via con l’antiacido e l’anca, si sa, te la devi tenere.
Tuttavia l’insistenza dopo colazione mi spinge ad approfondire con l’intelligenza artificiale ciò che quella naturale non riesce più a tenere a galla.
E tra le opzioni che questo sadico cervello digitale mi sciorina, esce fuori una lista di tumori tutti compatibili con il mio mal di testa di oggi.
Mi guardo allo specchio. Se fino a ieri controllavo la rasatura, l’abbinamento della camicia con la giacca, la disposizione del ciuffo a coprire la pelata, oggi guardo il turgore della cornea, il pulsare della vena temporale, e mi chiedo se nel mio sguardo c’è la premonizione del moribondo o la tigna del sopravvivente.
Per oggi, sembra vincere la tigna. Prendo un analgesico e mi aggiusto il ciuffo a effetto topper sulla calotta, controllando gli interstizi della dentatura per dare un via libera ai sorrisi.
Ma poiché la musichetta è finita, la ragazza del CUP rilancia e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. È il richiamo irresistibile dell’ipocondramma: non posso farne a meno, prenoto una TAC. Intra moenia, a pagamento.
E rassicurato di avere una data, per esplorare e dare un nome alle minacce che il corpo mi propina ogni giorno senza spiegazioni, mi sento decisamente meglio.