Per un uomo ingrassare è un fatto biologico, un segno di maturità. La pancia si chiama pancetta, i fianchi allargati, maniglie dell’amore. Se la camicia tira sui bottoni, è un uomo che ha vissuto, mangiato, bevuto, goduto. La rotondità gli conferisce autorevolezza, affabilità. È un uomo che ispira fiducia: a tavola sa scegliere il vino e in banca chiedere un mutuo. Quando i pantaloni non si chiudono più in vita, basta abbassare la cintura sotto l’ombelico e il problema è risolto.
Per una donna invece, cinque chili in più possono trasformarsi in una catastrofe. Non importa che abbia un viso luminoso, che sia intelligente, spiritosa, desiderabile: lei vede soltanto quei cinque chili. Ogni mattina, appena sveglia, si sottopone al rituale del metro, misura la circonferenza delle cosce, quella delle anche e della vita. Poi sale sulla bilancia, come un imputato davanti al giudice. Comincia la dieta, sempre quella definitiva, a base di finocchi e buoni propositi. Rinuncia alla pasta, il pane è una tentazione, per non parlare del vino.
L’uomo nel frattempo porta i pantaloni dal sarto ad allargare, la donna no. La donna li conserva, li piega con cura e li sistema nell’armadio, perché un giorno, perderà quei chili in più.
Lui è “un uomo interessante”.
Lei “una che si è lasciata andare”.
Il grasso maschile è esperienza, fascino, sicurezza. Quello femminile è una colpa da espiare.
Così mentre lui al ristorante ordina il tiramisù, lei prende un caffè amaro e dichiara di non avere fame. Lui chiude il pranzo con un sospiro beato. Lei con il conto delle calorie.