Uno sguardo sul mondo,
dall’ottica particolare
di chi ha molto vissuto.

Retinolo o Retinal?

Dorian Grey

La pelle presenta il conto. Il tempo, invece, incassa e basta. Intorno ai cinquant’anni decide che la giovinezza è stata una piacevole parentesi e che d’ora in poi comanderanno lei, la gravità e il tempo. È allora che inizia la guerra più assurda della nostra epoca.
Ci trasformiamo in chimiche dilettanti. Impariamo a distinguere il retinolo dal retinal, i peptidi dal coenzima Q10, l’acido ialuronico ad alto e basso peso molecolare. Beviamo collagene, spalmiamo collagene, ingeriamo antiossidanti come fossero ostie laiche. Ogni mattina e ogni sera celebriamo un rito che richiede più passaggi della manutenzione di un motore Ferrari.
Le creme hanno nomi che promettono l’impossibile: lift, repair, rebuild, reverse, pro-age, age-less. Non esiste verbo che non sia stato arruolato nella guerra contro una ruga. Eppure lo specchio, con una sincerità quasi offensiva, continua a raccontare un’altra storia. La pelle si assottiglia, si asciuga, si punteggia di piccoli crateri, perde quella luce che un tempo sembrava un diritto acquisito.
La verità è che non compriamo solo cosmetici. Compriamo l’idea che il tempo possa essere negoziato. Che basti il principio attivo giusto, la molecola più recente, il siero dell’ultima generazione per convincere gli anni a rallentare. È una speranza tenera, quasi commovente, e l’industria della bellezza la conosce benissimo.
Così continuiamo. Apriamo vasetti con la devozione con cui un tempo si aprivano le lettere d’amore. Li spalmiamo con gesti lenti, fiduciosi, come se ogni crema contenesse una piccola possibilità di tornare indietro. Non succede mai davvero. Ma per qualche minuto, davanti allo specchio, ci sembra almeno di aver sospeso il giudizio del tempo.
Forse è questa la vera maledizione della pelle avvizzita: non le rughe, non la secchezza, non i cedimenti. È l’ostinazione con cui ci costringe a inseguire una versione di noi che sappiamo irraggiungibile. E tuttavia continuiamo a cercarla. Perché rinunciare a una crema è facile. Rinunciare alla speranza, molto meno.