Uno sguardo sul mondo,
dall’ottica particolare
di chi ha molto vissuto.

Quando sono diventato imbecille?

Renzo Rozzini

Non ricordo il giorno esatto in cui sono diventato imbecille, deve essere successo intorno ai settant’anni. Fino a poco prima avevo fatto il medico per quarantacinque anni, visitato molti pazienti, diretto reparti, scritto articoli e libri scientifici. Poi ho compiuto settant’anni e alcuni giovani colleghi hanno cominciato a spiegarmi il mestiere. Mi spiegano quali farmaci prescrivere, quali esami richiedere, come usare tecnologie che ho visto comparire quando ancora nessuno sapeva bene a che cosa sarebbero servite. Recentemente un collega mi ha illustrato con grande convinzione le possibilità dell’intelligenza artificiale, l’ho ascoltato con attenzione. Un anno prima ero stato io a mostrargli come usare ChatGPT.

Non c’è niente di male, il problema non è lui, è il meccanismo quasi automatico per cui giovane tende a significare aggiornato e anziano tende a significare superato.

A quarantacinque anni si presume che tu sappia quello che fai, finché non dimostri il contrario, a settanta il principio si rovescia: devi dimostrare di sapere ancora quello che fai. Nessuno te lo dice apertamente arriva sotto forma di premura: sei sicuro di ricordare bene la terapia? Hai capito come funziona? Sei sicuro di voler guidare la moto?

Qualche volta sono domande sensate. L’età è una realtà, con gli anni aumentano il rischio di malattie, la perdita di forza, i deficit sensoriali, il rallentamento di alcune funzioni cognitive. Prima o poi potrebbe arrivare anche per me il giorno in cui sarà meglio lasciare la moto in garage, evitare la scala o ancor più rinunciare a decisioni professionali che richiedono capacità che non possiedo più. Il problema è decidere che quel giorno sia già arrivato perché sul documento c’è scritto settanta.

A trent’anni ricordavo probabilmente più in fretta nomi, numeri e dettagli, oggi qualcuno mi sfugge. In compenso riconosco prima certe situazioni. In corsia capisco abbastanza rapidamente quando un problema è davvero urgente e quando lo è soprattutto l’atmosfera che lo circonda, capisco quando un esame può cambiare una decisione e quando servirà soltanto a produrre un altro esame. Riconosco più facilmente il consulente che ha qualcosa da dire da quello che ha soprattutto qualcosa da scrivere.

Non è saggezza. È mestiere.

Il mestiere si accumula lentamente, dentro ci sono errori, diagnosi sbagliate, intuizioni corrette per caso, terapie che avrebbero dovuto funzionare e non hanno funzionato, pazienti che sono andati meglio del previsto e altri che sono andati peggio. Ci sono soprattutto le conseguenze delle decisioni viste a distanza di tempo, cosa che a trent’anni, per definizione, non si può ancora avere.

Naturalmente anche l’esperienza può fare danni, può trasformarsi in abitudine, presunzione, rigidità. Un medico anziano può smettere di studiare, ignorare nuovi trattamenti, usare conoscenze scadute e convincersi che quarant’anni di professione gli consentano di non imparare più nulla, può diventare incompetente.

Ma l’incompetenza andrebbe dimostrata, non dedotta dalla data di nascita.

Non c’è bisogno di sostenere che i vecchi siano migliori dei giovani, sarebbe sciocco quanto sostenere il contrario. Non c’è neppure bisogno di celebrare l’esperienza come se conferisse automaticamente lucidità e buon senso: basta una regola abbastanza modesta, giudicare le persone per quello che sanno fare.

Un giorno potrei non essere più capace di fare bene alcune cose che continuo a fare; quando accadrà, spero che qualcuno abbia il coraggio di dirmelo e vorrei che avesse qualche prova.