Uno sguardo sul mondo,
dall’ottica particolare
di chi ha molto vissuto.

Rallentare sì, smettere mai

Emanuela Giordano

La mia amica ha un nipotino nato lo stesso giorno del mio, alla stessa ora, quindici giorni prima del previsto, stesso peso e  stessa pediatra. Lo abbiamo scoperto camminando il sabato mattina, come d’abitudine. Ci è venuto il sospetto che si trattasse dello stesso neonato. Si cammina e si chiacchiera. Si chiacchiera e ci si conosce meglio, poi un caffè al bar in piazza. Dà molta soddisfazione bere un caffè dopo una camminata a passo svelto, non sveltissimo perché io ormai ho paura di cadere, specie se chiacchiero. Se chiacchiero mi distraggo, non vedo le buche, inciampo e finisco per terra.  Sono distratta e fifona. Tutta colpa dell’età, prima ero spericolata. La mia amica no. Ha qualche anno più di me ma si fida delle sue gambe e del suo equilibrio psicofisico. Io da quando mi sono rotta la spalla inciampando su un sanpietrino ho rallentato il passo. Rallentare si, smettere mai, camminare è una cura naturale per l’osteoporosi e un’ottima scusa per lasciare a casa qualche ossessione di troppo.  Covare pensieri bui sotto le coperte, restando a letto più del necessario, può essere fatale, è una pratica che conosco. “Alzati e cammina, ossigena il cervello, non ti impigrire “, me lo devo ripetere ogni sabato mattina. Di solito funziona. Ma ora? La mia amica, pochi giorni fa, si è arrampicata sulla scala per potare il nespolo del suo giardino, ha perso l’equilibrio e si è rotta tutto quello che aveva a disposizione. Eppure, oggi, appena dimessa dall’ospedale, utilizzando l’unico dito rimasto incolume, mi ha inviato il link di una camminata fuori porta tra Viterbo e Cassino. Con la testa si è già liberata da gessi e tutori, pronta a ricominciare.