La mia amica ha un nipotino nato lo stesso giorno del mio, alla stessa ora, quindici giorni prima del previsto, stesso peso e stessa pediatra. Lo abbiamo scoperto camminando il sabato mattina, come d’abitudine. Ci è venuto il sospetto che si trattasse dello stesso neonato. Si cammina e si chiacchiera. Si chiacchiera e ci si conosce meglio, poi un caffè al bar in piazza. Dà molta soddisfazione bere un caffè dopo una camminata a passo svelto, non sveltissimo perché io ormai ho paura di cadere, specie se chiacchiero. Se chiacchiero mi distraggo, non vedo le buche, inciampo e finisco per terra. Sono distratta e fifona. Tutta colpa dell’età, prima ero spericolata. La mia amica no. Ha qualche anno più di me ma si fida delle sue gambe e del suo equilibrio psicofisico. Io da quando mi sono rotta la spalla inciampando su un sanpietrino ho rallentato il passo. Rallentare si, smettere mai, camminare è una cura naturale per l’osteoporosi e un’ottima scusa per lasciare a casa qualche ossessione di troppo. Covare pensieri bui sotto le coperte, restando a letto più del necessario, può essere fatale, è una pratica che conosco. “Alzati e cammina, ossigena il cervello, non ti impigrire “, me lo devo ripetere ogni sabato mattina. Di solito funziona. Ma ora? La mia amica, pochi giorni fa, si è arrampicata sulla scala per potare il nespolo del suo giardino, ha perso l’equilibrio e si è rotta tutto quello che aveva a disposizione. Eppure, oggi, appena dimessa dall’ospedale, utilizzando l’unico dito rimasto incolume, mi ha inviato il link di una camminata fuori porta tra Viterbo e Cassino. Con la testa si è già liberata da gessi e tutori, pronta a ricominciare.